Il diario della Nuvola Bianca
Ora che siamo arrivati a destinazione, si può guardare indietro, volgere lo sguardo ai propri passi e trovare i punti che hanno legato la storia: gli episodi che hanno piegato le pagine e lasciato un segno.
Per due anni e mezzo i fantasmi delle morti per amianto mi hanno seguito. Un primo accenno a margine delle storie che accompagnavano il viaggio dei sindaci attraverso la memoria del proprio paese. Un primo accenno a Cavagnolo, dove, fino a pochi anni prima si maneggiava la fibra per creare i manufatti della Saca, prima, e dell’Eternit, poi.
Un primo avviso. Un campanello d’allarme. Una sirena come per i cambio turni.
Si stava segnando un percorso che avrebbe condotto, in una sera di settembre a un primo accenno di quanto si era depositato sulle nostre pagine e nelle voci degli attori. Un primo accenno, un accordo per iniziare il canto che il 28 aprile scorso, invece, un primo canto nell’altro scenario di questa tragedia: Casale.
Segnare questi punti sulla cartina, come gli estremi di un segmento per la rotta, come i punti luminosi del quadrante delle ore, indica quanto tempo è passato, e quanto spazio è sfilato con lui.
E raccontare oggi il diario del viaggio, riguardare come si sono aggiunte forme alle idee non è solo un esercizio nostalgico e della memoria. Si tratta di segnare nuovamente i passaggi e trovare quelle chiavi che più volte hanno permesso di sbirciare dietro le porte di un labirinto. Un intreccio complicato: quello delle ragioni e delle colpe, dei buoni e dei cattivi, dei nostri e dei loro, che si è annodato fin dai primi incontri.
Poche settimane dopo le interviste con le vittime dell’amianto, un primo colloquio, un primo dialogo con una testimone. La storia ha iniziato a prendere forma nello studio torinese di Bianca Guidetti Serra, avvocato, partigiana, protagonista della vita sociale e politica della Torino del secondo dopoguerra.
Con quella vocazione speciale alla giustizia aveva seguito da legale la Camera del Lavoro di Casale nella prima battaglia contro i vertici italiani della multinazionale. Davanti alla sua scrivania, guardando i libri, gli appunti e le sue parole che scorrevano lente, si capiva quanto sarebbe stato lungo il percorso.
Delitti, castighi, protagonisti e comparse erano arrivati tutti insieme. Una specie di massa di uomini, donne, ombre, fantasmi che non si potevano ancora catalogare.
Siamo partiti da questo gomitolo stretto, da un intreccio che non lasciava ancora spazio a interpretazioni: prima occorreva capire.
Documenti. Le carte. Le pagine già scritte potevano diventare un sommario per indicare i capitoli di una storia. Per oltre un anno “in nome del Popolo italiano” è stato l’attacco per provare a dipanare il gomitolo.
Una sentenza, un punto fermo. Nomi, fatti, date, parole.
“In nome del Popolo italiano” cosa? Una condanna, articoli e sostantivi per definire soggetti e oggetti del contendere, ma una barchetta di carta troppo facile per traghettare verso l’approdo di questo viaggio.
Le voci. Per raccontare la strage che da anni si sta compiendo per il contatto con la fibra di amianto, si doveva tornare sulla collina dove dormono i fantasmi.
Erano le voci le chiavi che potevano aprire le porte del labirinto. Erano le voci le chiavi di volta che potevano tenere in piedi gli archi di una storia: da un punto all’altro i molti angoli di una mappa che non accennava a diventare più chiara.
Siamo tornati a scrutare i volti del popolo (italiano e no) che nella fabbrica ha visto volare la polvere. Nomi, cognomi e generalità declinate non erano più deposizioni davanti a una corte, ma una figura con timbro e volume che rivelava una parte di questa storia.
E così il popolo italiano si declinava in nomi e cognomi.
Incontri. Gli appunti crescevano nello stesso modo in cui si accumulavano i documenti. Ma questa volta erano gli occhi, le mani e i respiri ad arricchire il bagaglio di questo racconto.
Non c’erano solo date, ma nascite e (soprattutto) morti, e alberi genealogici a cui appendersi per sentire la storia dei tanti uomini ex e delle tante donne ex che stavano arrivando.
I primi incroci sono stati diffidenti, distanti, come è giusto che sia quando qualcuno arriva a spiare una certa tribù. Ci vuole pudore per avvicinarsi al cerchio. Ma non c’erano muri. Prudenza e distanza.
Pudore.
Sono stati lutti, dolori che ora rimangono ancora sulla pelle come le cicatrici. Come le ferite che segnano ancora i corpi di chi è rimasto, sono tracce che, se toccate, si fanno sentire e fanno sentire che quello che si vede non è solo una tappa della vita.
Chi ha visto spegnersi gli uomini ex e le donne ex non ricorda: sta espiando ancora quella pena di seguire una vita che si soffia via con gli ultimi sorsi di fiato.
E i fogli si accumulavano. Sottili e leggeri non servivano per elencare i giorni di un calendario, ormai erano piccoli frammenti di un mosaico, con parole sparse e i pensieri, prima annodati, uscivano dal gomitolo in cui si erano avvitati nei primi mesi del viaggio.
Ormai erano le voci a guidare il ritmo.
Era inutile pensare di lasciar decantare i brividi e la polvere sulla carta dividendo personaggi e interpreti.
Se i frammenti del mosaico dovevano costruire i colori, allora, serviva fare un passo indietro e guardare da distante, ascoltare a occhi chiusi.
Era il coro, l’esercito, un nome collettivo che solo il destino di morte aveva, poi, precettato in giorni diversi.
Era come se la fabbrica, la malattia, la lotta, anche la malattia non fossero destini individuali, ma forza di un insieme che neanche il racconto poteva dividere.
Era allora di cambiare di registro.
Certo, si poteva lasciare un deus ex machina che potesse ripercorrere quelle orme lasciate dal coro dei fantasmi. In fondo, quella, è la condizione di chi sta ancora seguendo questa storia fuori dalle aule dei tribunali, dalle corsie degli ospedali, e fuori dal cerchio come noi che abbiamo tentata di riproporla.
Ma tutto lo spazio del vuoto, delle ombre, gli echi delle voci dovevano uscire nel loro sovrapporsi, nella loro lontananza.
Perché restare con l’occhio teso a dividere le sfumature? Meglio lasciarsi abbagliare dal bianco per alzare gli occhi e scrutare le impronte.
Non era più un inseguimento tra noi e loro. Ancora una volta ci avevano lasciati entrare.
Forse accade così quando si chiede permesso, quando si ascolta e non si cerca di comprendere immediatamente, quando ci si culla, invece, su alcune reazioni del corpo, del cervello e del cuore.
E’ stata un cedere all’intuizione e un incedere per errori successivi e, successivamente, corretti.
Per tutti questi motivi, il canto degli uomini ex e delle donne ex non è un racconto, una narrazione, un dialogo, ma il fondersi di voci e sguardi. Per questo che i personaggi possono cedere il loro spazio alla storia.
Perché spesso accade di trovarsi davanti a una storia che non ha un volto, ma è un campo lungo che raccoglie, proprio come in un sacco, volti e sguardi di tanti.
Assecondare, galleggiare su quelle voci e su quei lamenti, farsi spingere dal soffio e, guardando a zonzo, indicare i confini di una nuvola bianca: è questa l’ultima lezione che ha concesso la polvere.
La terra sotto la polvere, la terra con la polvere, scivola la storia e si fa accompagnare su queste tracce.
A noi non resta che seguire quelle voci che urlano controvento e chiedono giustizia.
Alessandro Cappai
La Nuvola Bianca – canto per uomini ex e per donne ex
- è stato presentato in anteprima a Cavagnolo, venerdì 29 settembre 2006 nell’ex asilo Martini;
- ha debuttato a Casale Monferrato, sabato 28 aprile 2007 (Giornata Mondiale di ricordo delle vittime) al teatro comunale.
- è stato presentato a Gubbio l'8 giugno 2007 in occasione del sesto forum dell'informazione, organizzato dalla FNSI